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Incontriamo gli Psoas, un trio jazz emergente
03/ 09/ 2026

- Come, dove e quando nascono gli Psoas ?

Ci siamo conosciuti e abbiamo iniziato a suonare insieme nel 2022. Eravamo tutti e tre attivi nella giovane scena musicale milanese, con progetti non proprio “nostri”. Tra noi è nata un’amicizia sempre più profonda e, insieme, la necessità di costruire una realtà musicale che ci appartenesse davvero, attraverso cui trasformare in musica le nostre esperienze. Così è nato il nostro primo album, Here We Stand, nel lontano gennaio del 2023. E’ un disco forse un po’ ingenuo ma è già presente la necessità assoluta di salvarsi e curarsi attraverso la musica, caratteristica diventata poi la nostra caratteristica più essenziale. Per questo Here We Stand è un lavoro cui teniamo molto ancora adesso. Eravamo immaturi rispetto ad ora ma la nostra motivazione era già fortemente lì.

- Parliamo dell’ultimo  disco Satori, la sua storia e il suo percorso  : vi va di descriverlo ai lettori di Wikijazz?

Satori parla dei tre anni di avventura che sono seguiti all’uscita di Here We Stand. Abbiamo viaggiato, incontrato persone sorprenderti e composto i brani nei luoghi più diversi. Una volta eravamo a Palmi, in Calabria, abbiamo calato gli strumenti sul fondo di una piscina vuota e ci siamo messi a suonare lì. Da quel particolare riverbero è nato il brano “Linda”.

Una caratteristica di Satori è la cura e pazienza che abbiamo messo nel lavoro. Dalla lenta maturazione dei brani, all’attenzione con cui è stato registrato (da Nino Doneda, all’Atelier Fantasia di Milano) e poi mixato lavorando insieme a Guido Block presso Lo Studio, Milano. L’ottimo lavoro fatto con Guido ci ha permesso di valorizzare davvero le specificità timbriche dei brani di Satori (sentiamo ad esempio l’intro di Verde, la parte più rock di Chen o la coda della title track Satori, che chiude il disco).

- Cosa è cambiato rispetto al precedente Here We Stand ?

La prima differenza fondamentale è che alcuni brani di Satori sono stati composti interamente a sei mani, attraverso un processo di scrittura corale. E a proposito di coesione: l’altro grande intento che abbiamo iniziato a perseguire con Satori è svincolarci dalla dinamica solista/accompagnatore per avvicinarci ad una dimensione del tutto paritaria, in cui ognuno avesse sempre un ruolo attivo nello sviluppo narrativo del brano. L’amalgama e il suono condiviso prendono il posto al fraseggio del singolo. La composizione delinea un percorso condiviso piuttosto che l’assolo di uno o dell’altro.

- Quali sono state le vostre principali fonti di ispirazione e come avete composto i brani?

Come spesso ci succede di raccontare, la nostra “musa” sono le avventure che ci capitano, di qualunque natura esse siano. Viaggi, incontri e concerti in contesti particolari uniti all’esperienze di ognuno di noi tre contribuiscono ad influenzare ognuno di noi. Ogni difficoltà, ogni scoperta entra in qualche modo all’interno del nostro suono.

Dal punto di vista compositivo, tendiamo ad usare cellule melodiche o ritmiche non complesse, facendole evolvere in forme diverse, quasi a formare una sorta di puzzle. Verde, ad esempio, è interamente costruito attorno ad una cellula di due misure in 7/4. Un altro approccio che amiamo è quello più lirico, basato su poco materiale armonico e sulla ricerca di un ambiente sonoro, un’atmosfera. È questa la direzione che seguiamo, ad esempio, nella title track Satori.

- Il titolo Satori ha un significato particolare per voi?

La nostra caratteristica essenziale e più “intima” del nostro suonare è la necessità di trovare nella musica una valenza terapeutica. Che si manifesti tramite un’energia liberatoria, una fragile delicatezza o una distensione meditativa, il nostro intento è quello di cercare, attraverso il suono, forma di equilibrio. Da qui la scelta della parola giapponese Satori, che indica appunto il risveglio, un’illuminazione che può avvenire con un ritorno alla calma ma anche con un burrascoso e inaspettato cambiamento, quasi uno choc.

- A proposito dei brani ce n’è qualcuno che è stato particolarmente importante per voi?

Il Dinosauro è un brano che ci accompagna da molto tempo, si può dire che siamo cresciuti insieme a lui. Una sua caratteristica è che ci permette di esprimere tutto il nostro senso d’urgenza: ogni volta che lo suoniamo sembra arrabbiarsi un po’ di più. Il Dinosauro è la quinta traccia di Satori, ed è forse il momento in cui la parabola narrativa raggiunge l’apice.

L’altro brano a cui siamo molto legati è la title track Satori che chiude l’album che per noi significa amicizia.

- Quanto è importante per gli Psoas la dimensione live?

E’ essenziale. La possibilità curativa sta proprio nel creare musica insieme, connettendosi. Suonare una musica così improvvisata,  per di più con un organico che elimina alcuni assetti “preconfezionati”, (siamo un trio bassless!) ci obbliga ad essere davvero presenti e in relazione in ogni momento. Il live è l’aspetto più terapeutico per noi e il pubblico è parte attiva di questo processo. Ci accompagna nel viaggio e ci auguriamo sia anche di beneficio.

- Avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Si! Abbiamo alcuni appuntamenti nell’ultima parte del 2026.

Il 5 settembre torneremo allo Scenario Jazz Cafè di Intra, nei pressi di Verbania.

Il 27 ottobre saremo al Bachelite, a Milano, in occasione di JazzMi, mentre il 4 dicembre saremo a Zug, una cittadina della svizzera tedesca nei pressi di Zurigo, per una data all’Hiden Harlequin.

- Cinque dischi di musica jazz che consigliate di ascoltare ai vostri lettori (oltre al vostro)?

Uau, bella domanda! Ecco delle cose particolari e interessanti che potrebbero piacere a chi ci ascolta: Echoes, della Fire Orchestra (una volta lo ascoltavamo in macchina mentre andavamo a suonare e, presi dalla musica, stavamo quasi per schiantarci), Galore, degli Human Feel, Ethiopiques vol 21, di Emahoy Tseguè-maryam Guèbrou (è un disco in piano solo), Isabela di Oded Tzur, Background music di Gustafsson/Gregorio/Nordeson.

Menzione d’onore: Prime Directive di Dave Holland. Quando Psoas era agli albori, oltre ai nostri brani originali avevamo qualche altro brano in repertorio, fra cui proprio Prime Directive di Holland.

- Avete un sogno nel cassetto ?

Abbiamo il desiderio di portare la nostra musica in più posti possibile, raggiungere più persone possibili e così facendo conoscere nuove realtà in cui la musica viene vissuta come abbiamo raccontato e come la viviamo anche noi, in modo da scoprire persone che la suonano e la apprezzano. Ci interessa il concetto di comunità, ambiente musicale. Vorremmo farne parte, e contribuire a crearlo.

- C’è qualcosa che vorreste dirci che non vi abbiamo chiesto?

Innanzitutto, vorremmo parlare per un momento del progetto “Un Ballo Di Campo”. Si tratta di un collettivo/quintetto con il quale sperimentiamo l’unione fra musica, poesia e pittura.

Della parte musicale naturalmente ci occupiamo noi Psoas. Il collettivo è completato da due nostri cari amici e compagni di avventure: il poeta Mattia Sofo e il disegnatore e performer Andrea Giussani (Andrea è anche il nostro grafico: lui ha creato l’artwork di entrambi i nostri dischi)

Se siete curiosi, l’album omonimo di Un Ballo Di Campo è disponibile su Bandcamp, così come i nostri due album in trio: Here We Stand e Satori (Satori si trova anche su Tidal, Qobuz, Deezer ed Apple Music).

E per finire, la cosa più importante per noi: vogliamo suonare e soprattutto, vogliamo suonare per voi! Venite a trovarci.

Ci vediamo presto.

Un abbraccio.

Giosuè, Alex, Giulio.