Il dionisiaco e l’apollineo nella musica jazz

Carmine Migliore
Vertigo
2026

Dalle origini della musica in Grecia, passando per il mito di Dioniso e il pensiero di Nietzsche, l’autore ci guida in un viaggio unico, tra analisi appassionate e confronti puntuali sul dialogo e la contrapposizione tra l’apollineo e il dionisiaco nei musicisti jazz. Attraverso l’analisi di brani importanti, “il Jazz si innalza, senza dubbio, a genere che, emotivamente, è in grado di dare sensazioni uniche di ebbrezza, una sorta di eroici furori”


La redazione di wikijazz intervista Carmine Migliore.
Come hai incontrato la musica jazz?
Parliamo dei primi anni ’70, quindi è passato parecchio tempo (ride). Ricordo che nelle serate danzanti a cui partecipavo con i miei genitori, le orchestre proponevano spesso un repertorio che i ragazzi dell’epoca liquidavano come ’musica vecchia’. Da bambino timido ma profondamente curioso, mi avvicinavo ai musicisti per chiedere cosa stessero suonando, e loro mi rispondevano semplicemente: ’È jazz’. Naturalmente, col senno di poi, so che non si trattava di jazz in senso puro, quanto piuttosto del repertorio di Tin Pan Alley — quegli evergreen nati dai musical che animavano i ricevimenti insieme ai classici sanremesi e napoletani. Eppure, io percepivo chiaramente una ’pulsazione’ diversa, pur senza capirne il motivo. Ironia della sorte, pochi anni dopo mi ritrovai a suonare quegli stessi pezzi, cullando l’illusione di essere un vero jazzista. In seguito, il mio percorso di scoperta prese una direzione decisiva: fu l’ascolto di Napoli Centrale a farmi da tramite verso i Weather Report, fino ad approdare a Miles Davis, scoperto proprio nella sua potente e dirompente fase elettrica e rock.
Che cos’è per te la musica jazz ?
Questa è una domanda complessa. Istintivamente, ripensando al mio primo impatto con questo genere, risponderei che il jazz è la libertà di esprimere i propri sentimenti. Tuttavia, studiandolo a fondo sia sotto l’aspetto tecnico che analitico, emerge come questa intrinseca urgenza emozionale si compia in realtà attraverso un rapido ma rigoroso processo evolutivo; un percorso nato dall’incontro e dalla sintesi di culture diverse confluite in un contesto geografico e sociale unico.
Come nasce l’idea e la genesi di questo libro?
L’idea di questo libro, come spesso accade per le cose più profonde, non è nata in un momento preciso. È un po’ come il concepimento di un figlio: tranne rari casi, non sai mai quando lo hai effettivamente pensato. Tutto è iniziato durante il mio percorso accademico al Conservatorio ’San Pietro a Majella’ di Napoli. Studiavo jazz, ma il piano di studi prevedeva anche corsi di musica eurocolta. Qualcuno potrebbe chiedersi: cosa c’entra con un libro sul jazz? Beh, c’entra eccome. Per arrivare a un’analisi analitico-filosofica del jazz sono partito necessariamente da altro. I corsi di Storia della Musica Occidentale mi hanno aperto la mente: se Mozart è sempre stato considerato l’emblema dell’apollineo e Wagner del dionisiaco, un motivo profondo doveva pur esserci. Perché avvicinare la filosofia e l’estetica alla musica? Per rispondere, ho rispolverato i miei trascorsi di studente di filosofia alle Magistrali e ho iniziato a fare ricerca su Nietzsche, sul modo in cui aveva affrontato questi concetti e, soprattutto, sul perché. Scavando nell’estetica dei compositori eurocolti e creando sillogismi con il mondo dei jazzisti, mi sono reso conto di una cosa: credevo di essere io a condurre una ricerca ma, in realtà, era la ricerca stessa che mi stava guidando verso qualcosa a cui non avevo ancora minimamente pensato.
Quanto tempo ha richiesto la ricerca e la stesura di questo libro?
La fase di studio e stesura ha richiesto circa due anni di lavoro intenso. È stato un percorso lungo perché ho voluto sviluppare una ricerca ad ampio spettro, partendo dalle radici del mito greco per poi calare quei concetti filosofici nell’analisi delle opere degli artisti jazz degli anni ’50 e ’60. Diciamo però che per un’opera del genere la parola ’fine’ è solo formale: la ricerca non si ferma mai quando sei guidato da quel fuoco dentro. Ci sono delle storie, degli aneddoti o retroscena che hai scoperto durante la scrittura del libro? Certamente! Uno degli aneddoti più simpatici riguarda Duke Ellington: ho scoperto che prendeva appunti per le sue idee estemporanee in qualsiasi momento — dopo un’esibizione, a cena, o durante gli interminabili viaggi in pullman in lungo e in largo per gli States — scrivendo su fazzoletti di carta, pacchetti di sigarette o qualsiasi pezzo di carta rimediato al momento. Poi, sicuramente, da fan sfegatato di Jimi Hendrix, mi ha affascinato scoprire i retroscena dei suoi rapporti con Miles Davis. Prima di cercare Mike Stern o di avere in testa il chitarrismo di Jeff Beck (come lo stesso Stern ci confidò durante un seminario), Miles voleva a tutti i costi collaborare con Jimi. I due si stimavano a vicenda e la collaborazione sarebbe andata in porto se non ci fosse stata la prematura scomparsa del chitarrista di Seattle. Jimi cercava di andare oltre il rock e il blues, e Miles voleva ’uccidere’ il jazz per farlo rinascere a nuova vita — cosa che poi ha effettivamente fatto. L’aneddoto più bello è racchiuso in una delle loro tante telefonate. Miles lo chiama: ’Pronto Jimi, sono Miles, ti ho lasciato degli appunti su un pentagramma’. E Jimi: ’Ma Miles, forse hai dimenticato che io non so leggere la musica!’. La risposta di Miles fu folgorante: ’Vabbè, non importa se non sai leggere la musica...tu sei la musica’. 
Quali aspetti del mondo del jazz vorresti esplorare in futuro?
Credo che ci sia ancora un intero mondo da esplorare nel jazz, sia in quello puro sia nelle sue contaminazioni. In futuro mi affascinerebbe molto fare ricerca sull’universo di Django Reinhardt e sul jazz manouche. Mi intrigano diversi aspetti, non solo legati all’analisi armonica e ritmica delle opere, ma proprio all’estetica vera e propria di questo genere, che dopotutto rappresenta la declinazione di jazz più vicina alla cultura europea. Parallelamente, vorrei approfondire la ricerca su Miles Davis, in particolare sugli anni della sua svolta elettrica. È un periodo che ho vissuto in prima persona ma del quale, all’epoca, non potevo cogliere appieno l’essenza profonda: il suo tentativo di riunire forme espressive diverse nate dalla stessa radice. In pratica, la musica afroamericana si è sviluppata ramificandosi in sottogeneri differenti; Miles ha saputo ricucire insieme filoni come il rock, il blues, l’R&B e il jazz, riconducendoli tutti allo stesso, originario seme.
5 dischi di musica jazz che consigli di ascoltare ai tuoi lettori?
1. Duke Ellington and His Orchestra – The Centennial Edition o raccolte degli anni ’30 (con Caravan): Per gli anni ’30 scelgo il genio orchestrale di Duke Ellington. Consiglio di ascoltare le sue incisioni del 1936-1937, in particolare capolavori ’esotici’ come Caravan, che mostrano già la straordinaria complessità della sua scrittura per big band.
2. Charlie Christian – Live at Minton’s Playhouse (Registrazioni del 1941): Per l’avvento del Bebop e della sua genesi, adoro il contributo pionieristico di Charlie Christian. Questo album raccoglie le storiche registrazioni catturate dal vivo nel 1941 durante le mitiche jam session notturne al Minton’s di New York.Tracce come Swing to Bop o Stompin’ at the Savoy immortalano l’esatto momento della transizione: la chitarra di Christian si spinge oltre i confini dello Swing, gettando i semi di quella rivoluzione armonica e ritmica che avrebbe dato vita al Bebop di Dizzy Gillespie e Charlie Parker.
Per il terzo e quarto disco, se mi rivolgessi a dei neofiti, la scelta obbligata cadrebbe sui due monumenti assoluti: Kind of Blue di Miles Davis e A Love Supreme di John Coltrane. Ma so bene che i lettori di WikiJazz, tra cui ci sono tantissimi appassionati storici e musicisti, questi due capolavori li hanno già mangiati, digeriti e assimilati più volte. Per questo motivo, preferisco proporre due alternative altrettanto straordinarie che incarnano perfettamente la dicotomia filosofica del mio saggio:
3. Bill Evans Trio – Sunday at the Village Vanguard (1961): Per rappresentare appieno lo spirito apollineo, scelgo questo live leggendario. Al posto della maestosità di Miles, qui troviamo la perfezione geometrica, il lirismo introspettivo e la purezza formale. Il modo in cui Evans, Scott LaFaro e Paul Motian dialogano ridefinisce il concetto stesso di trio jazz: c’è un controllo del suono, una misura e una grazia formale che rasentano la staticità scultorea della classicità greca. È l’equilibrio intellettuale ed emotivo elevato a opera d’arte.
4. John Coltrane – Meditations (1966): Come contraltare, per l’anima più autenticamente dionisiaca, vi invito a riscoprire questo album, meno celebrato rispetto a A Love Supreme ma altrettanto straordinario e, forse, ancora più radicale. In Meditations, Coltrane espande la formazione inserendo l’altro sassofonista Pharoah Sanders e il batterista Rashied Ali. La musica qui rompe definitivamente gli argini della forma: non è più una narrazione lineare, ma diventa un rito catartico, un grido collettivo, una spinta estatica e viscerale. È la forza dionisiaca che distrugge la struttura per farsi carne, spirito e suono puro." 
5. Weather Report – 8:30 (1979): Per l’era della fusion e del jazz-rock, consiglio assolutamente questo magnifico doppio album dal vivo. C’è dentro un’energia travolgente, un interplay pazzesco e la testimonianza di una band (con Pastorius e Shorter) all’apice della propria forza creativa."
C’è qualcosa che vorresti dirci che non ti abbiamo chiesto?
In realtà sì. Mi si potrebbe chiedere: perché un appassionato e studioso di jazz non ha mai pensato di fare del jazz la propria professione? È vero, l’ho approfondito dal punto di vista tecnico, armonico e storico, ma – a parte sporadiche occasioni – non mi sono mai proposto come musicista esecutore di jazz puro. La mia carriera è iniziata da adolescente, a 14 anni, suonando nelle classiche formazioni da sala (matrimoni, veglioni e Mak π) dove si eseguivano gli evergreen e i successi del momento, e parallelamente nelle feste di piazza in giro per il Sud Italia. Negli anni Novanta ho poi iniziato a lavorare come turnista di musica leggera per diversi artisti pop italiani, e la mia strada si è incanalata su quel binario. Al contempo suonavo molto Rock/Blues e Funk/Blues, generi allora richiestissimi nei locali; amavo visceralmente quella matrice afroamericana e mi ci specializzai, inserendo nei brani lunghe jam che sfioravano il jazz-rock. Poi è arrivata la svolta ’musicologica’. Il blues, lo swing, il rock’n’roll, il funk, il rock e persino certe sfumature di metal sono convogliati dentro di me, fondendosi con il mondo del jazz e della musica colta. Quando ho deciso di abbandonare i tour pop come fonte di guadagno, tutte queste influenze sono confluite in una sintesi che mi fa stare bene artisticamente. Oggi scrivo prevalentemente Opere Rock: è questo lo ’spazio’ in cui riesco a esprimermi e dove sento convivere gli spiriti apollineo e dionisiaco, sia in studio sia nella messa in scena. Lì dentro si fondono l’energia e i cambi di tempo del prog rock, le armonie e le sovrapposizioni ritmiche del jazz, le voci pop e quelle liriche. È stato così nel 2021 per Animæ Oltre - Storia di Giuseppe Andrea e Aloyse e lo sarà per Ettore Fieramosca - L’italico tristo eroe, un’opera che ho terminato di scrivere un paio di mesi fa, di cui stiamo ultimando le registrazioni e che uscirà il prossimo autunno.

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I vostri commenti

  • Mio Fratello.....

    Franco Valeriani   - 12/06/2026

  • Grande Carmine :) ad maiora

    pinofreedom   - 09/06/2026

  • E’ un piacere leggere questa intervista, così chiara ed efficace nel trasporto che rende sempre più interesse consapevole, nell’immagine che regala mentre si va avanti nella lettura. Trasmette entusiasmo ed emozioni

    Oniudra   - 08/06/2026